Distribuiti dalle Nazioni Unite in Afghanistan kit per abortire con i soldi degli italiani
Niente pane o medicine per i profughi afghani, ma tutto il necessario per abortire. In Afghanistan l’ONU distribuisce anticoncezionali e pillole “del giorno dopo”, preservativi e addirittura “aspiratori” elettrici che servono per effettuare l’aborto: è questa la politica dell’UNFPA (United nations fund for population activities), l’agenzia delle Nazioni Unite incaricata di gestire il progetto “Per salvare la vita delle donne afghane”.
Venti milioni di dollari stanziati, anche con il contributo della raccolta fondi avviata in Italia, per aiutare gli afghani ad abortire.
Grande è stata la delusione tra i profughi all’arrivo di questi “aiuti umanitari”: si aspettavano cibo e medicinali ed hanno avuto soltanto strumenti di morte. Più di una beffa, un’offesa insanabile per un popolo di religione islamica che considera la fertilità un dono divino.
Le donne afghane hanno già denunciato le forti pressioni a cui sono state sottoposte: si sono già registrati veri e propri casi di aborti eseguiti senza un vero consenso informato.
Del resto l’ONU non è nuovo a questo genere di situazioni: un inviato del Population Research Institute di Baltimora aveva chiaramente provato, ai tempi della guerra nel Kosovo, l’esecuzione di aborti forzati da parte degli inviati dell’ONU sulle donne kosovare.
“Tutto questo per combattere l’alto tasso di mortalità materna” si difendono le Nazioni Unite: ma non bastava un’adeguata assistenza prima e dopo il parto? Non si salvano vite umane uccidendone altre. (dal quotidiano "Avvenire" del 11 gennaio 2002)
